Queste settimane sono state all'insegna dei pensieri. Il PL fotografico si è fermato, quasi come il tempo, e si sono creati degli spazi temporali di assoluto silenzio. I pensieri che ti invadono quando decidi di percorrere questa strada sono i più infiniti e assurdi e non sempre portano a delle conclusioni semplici.
Di per sè scegliere di fare la fecondazione assistita ti fa sentire irrazionalmente una donna a metà. Sia come madre che come moglie. La mia fortuna è stata avere al mio fianco un uomo che si è rivelato una roccia, e non perchè lui ne fosse distaccato, ma perchè ha saputo realmente sostenere la metà del mio peso. Prima ancora di essere madre ti trovi a ragionare per tre. E' il tuo corpo ma ciò che fai è strettamente legato all'uomo con cui condividi il percorso e poi c'è lui. Lui: qualcosa che non riesci a spiegare, a concepire ma di cui percepisci la presenza. Sai che quando entri in quell'ambulatorio sei solo tu, ma sai anche che quando esci siete noi. Ho sempre desiderato fare la madre e più che due figli ho sempre detto che volevo due volte la pancia. Eppure il primo pensiero dopo il transfer, in quei dieci minuti dove vieni lasciata sola a gambe all'aria in un ambulatorio asettico, sono stati: "ok adesso mi alzo, non lo posso fare, non sono pronta, non sarò mai una brava madre". Nessuno ti insegna ad essere madre, nessuno ti dice per certo se le tue scelte sono giuste o sbagliate, nessuno è mai pronto. Sta di fatto comunque che per quanto tutte le mie scelte fossero razionali in quei dieci minuti ho messo in discussione la mia esistenza come non avevo mai fatto in tutta la mia vita. Mi sono sentita una fallita di 32 anni, senza lavoro, senza obiettivi concretamente realizzabili, sempre alla ricerca del medico migliore per la patologia dell'anno. Ma certe cose non puoi condividerle con la tua famiglia e non puoi neanche farti prendere dallo sconforto, non sei sola, così nel bagno dello spogliatoio scrivi ad un'amica che ti dice la cosa più stupida del mondo "tranquilla andrà tutto bene" e capisci che ha ragione, che devi solo respirare. Capisci che i tuoi 32 anni non sono stati sprecati per un'idea ma per qualcosa che è li, ora, adesso, con te. Torni a casa e inizi a vivere al tua routine da gestante: niente sale, niente verdura fresca, solo frutta sbucciata, niente cibi crudi e niente alcol. E dopo qualche sera ti trovi sul divano con la mano sul ventre come se fosse la cosa più naturale del mondo e parli con quel "puntino" infinito che racchiudi dentro di te. Sono tredici giorni lunghi quelli dopo il transfer. Tredici giorni di gioie e di possibilità, di sogni e progetti, di attenzioni e volontà. Poi arriva il giorno del prelievo per avere conferma che tutto proceda. Non ti fai illusioni, ti hanno e ti sei preparata a qualsiasi esito, come se fossi una madre in prova e quello fosse il giorno in cui puntino decide se essere o meno il tuo bambino. Devo ammettere che la notizia è stata un bello schiaffo ma decisamente inferiore a quello che mi immaginavo. Semplicemente non era il mio bambino. Smetti di prendere gli ormoni al fine di riavere il ciclo per procedere al nuovo transfer e ti sembra che nulla sia successo, che nulla sia cambiato. Poi un giorno lo vedi. So che è un'immagine macabra da raccontare ma non è vero che non te ne accorgi quando lo espelli. Non è più di un grumo ma capisci che è lui. E' stato un vero e proprio trauma. Dovevo gettarlo? Seppellirlo? Era stata vita? O era solo un ammasso di cellule? Lo shock si è prolungato talmente per giorni che il secondo transfer è stato assolutamente privo di ogni emozione. Ho fatto la visita, l'innesto, ho seguito le cure e le limitazioni e ho fatto il prelievo. Due settimane in cui non ho mai pensato che ci fosse qualcosa dentro di me. La mente è una macchina perfetta, sa quali cose possiamo sopportare e quali sono quelle da cui ci deve proteggere. Il terzo transfer è stata la mia ultima possibilità. L'ho vissuta serenamente, ero già ampiamente pronta alla delusione ma non ho mai perso la speranza. Tuttavia le cose non sono andate come avevamo sperato o pregato. Il vuoto è immenso ma non incolmabile. Si tratta di riscrivere la tua vita giorno per giorno, di affrontare il dolore a piccole dosi giorno per giorno. Non sono, e purtroppo non sarò, ne la prima ne l'ultima donna a non poter avere figli ma non permetterò che ciò mi crei invidia verso altre madri o apatia verso i bambini. Sarò Madre in un'altro modo. Infondo una madre cosa fa? Sostiene e da amore incondizionato. Chi dice che queste cose le meritano solo i figli? Inoltre fare questo percorso mi ha dato nuovi spunti su come reinventare la mia vita. Infatti la fecondazione assistita è densa di lacune e contraddizioni legislative e sarebbe bello lottare attivamente per poterle cambiare e colmare. Tanto per iniziare la fecondazione assistita è accessibile solo da coppie etero sposate o di fatto ed è mutuabile solo in alcune regioni con il vincolo del trasferimento di solo 3 embrioni. Per la fecondazione eterologa (con il ricevimento da parte di un terzo di ovuli o spermatozoi), invece, la prestazione è mutuabile in tutt'Italia. Pertanto mi viene da pensare che noi povere coppie, spesso malate (ricordiamoci che non sempre come si pensa è un fattore legato alla scelta di fare figli in età avanzata, siamo più persone malate di quanto si immagini), che abbiamo la possibilità di generare figli geneticamente nostri, restiamo in un limbo un po' discriminato. Altro argomento che trovo davvero ridicolo nella legislatura Italiana, e punto su cui intendo concentrare le mie future energie, è che la coppia non possa disporre liberamente dei propri embrioni. Che siano sani o malati, che si decida di non tentare più oppure che si hanno figli a sufficienza, gli embrioni che restano inutilizzati hanno solo due alternative: essere conservati a pagamento in strutture private (costo circa € 50.00 mensili + iva) oppure essere "abbandonati" mediante rinuncia di ogni diritto sugli embrioni (decreto del Ministero della salute del 4 agosto 2004). E' facile capire che siamo prima o poi tutti obbligati ( e sottolineo obbligati) a firmare la dichiarazione di abbandono. Perchè? Tanto per cominciare ci viene fatto credere che gli embrioni andranno nella Biobanca creata apposta a Milano dove risiederanno inutilizzati in eterno, o quanto meno fino a quando non ci saranno nuove disposizioni governative. Fesseria. Forse gli embrioni di Milano, magari anche quelli Lombardi, ma di certo non quelli dell'Emilia Romagna (per esempio). Il problema è che non si è ancora trovato il modo di trasportarli in condizione da non rovinare la conservazione dell'embrione pertanto i singoli centri conservano autonomamente gli embrioni abbandonati. Detto ciò so che possono generarsi questioni morali su cosa sia la vita ma credo anche che siano opinioni personali e che ogni persona, soprattutto in uno stato laico, debba poter decidere autonomamente. Personalmente noi abbiamo dovuto abbandonare tre embrioni non sani (per non sani non si intende con patologie tipo sindrome di down o altro ma cromosomicamente incompleti o danneggiati, embrioni da cui non sarebbe mai partita una gravidanza e scartati per evitare alle madri il trauma di aborti spontanei). Se avessimo potuto avremmo sicuramente donato gli embrioni alla scienza. Chissà quali cure si sarebbero potute trovare o quali progressi avrebbe potuto fare la medicina. La cosa che mi fa pensare invece è la circostanza in cui avrei potuto avere sei embrioni sani. Di certo non avrei potuto avere sei figli, forse tre, ma non sei. Per cui mi sarei trovata ad abbandonare tre embrioni sani. Tre possibili figli miei. Probabilmente, siccome credo fortemente nella ricerca scientifica, avrei voluto donare comunque gli embrioni alla ricerca. La cosa che proprio non riesco invece a mandare giù è la possibilità che una volta abbandonati, una volta che ho rinunciato ad ogni diritto su qualcosa che porta il nostro DNA, possa essere approvata una Legge, come in Spagna, sull'adottabilità degli embrioni. Trovo la cosa assurda! Io non ho abbandonato o fatto orfano un figlio e di sicuro non ho scelto di dare in adozione il mio bambino. Mi sono trovata obbligata a rinunciare ad un diritto e già questo suona altamente incostituzionale. Se l'osservazione che viene posta è puoi sempre scegliere di pagare il "deposito" (come fosse un bagaglio, perchè a seconda di ciò che fa comodo alla legislatura si parla dell'embrione come fosse o non fosse vita) rispondo subito che non è sempre possibile per tutti permettersi un onere così alto e poi per quanto tempo? Io ho 32 anni e il costo sarebbe di € 600,00 + iva all'anno, ipotizziamo che campo altri 40 anni sono € 24.000,00. Inoltre vivo in Emilia Romagna per cui la prestazione non è mutuabile e il costo in un centro privato si aggira tra gli 8.000,00/11.000,00 € a salire a seconda dei transfer che si effettuano (€ 600,00 per ogni scongelamento embrionale). Detto come va detto, molte coppie fanno fatica o addirittura chiedono finanziamenti per poter accedere ad un servizio che dia loro una possibilità come genitori, pertanto difficilmente possono permettersi di pagare un deposito a lungo termine. Ma il paradosso più grande è il confronto che si ha tra un embrione e un feto. Un embrione viene considerato vita (e pertanto non può ne essere donato alla scienza ne distrutto) un feto viene considerato ugualmente vita ma si lascia libertà alle donne se interrompere o meno la gravidanza. Perchè? Non ci sono risposte razionali a questa domanda ma solo morali e in uno stato laico e, teoricamente, democratico ciò non dovrebbe accadere. Qual'è la differenza tra una donna come me ed una donna che scegli di abortire? Forse che io ho scelto di provare ad essere madre invece a lei è capitato per sbaglio? Che io posso "permettermi" di spendere soldi per tentare di avere un figlio mentre lei magari non ha i soldi per mantenerlo? Oppure visto che io ho scelto di andare contro una natura/malattia che non mi permette già di generare figli non posso poi decidere di abortire il mio embrione? Siamo donne peggiori? Perchè non possiamo liberamente scegliere come qualsiasi altra donna? Che sia chiaro non sono contraria all'adottabilità degli embrioni ma solo se si da la possibilità alle donne, o alle coppie, di decidere liberamente sul futuro dei propri embrioni. Personalmente se mi fossi trovata a dover affrontare questa scelta su degli embrioni sani, in questo momento legislativo, credo che avrei scelto di procedere allo scongelamento di tutti gli embrioni residui per un unico transfer e poi, una volta a casa, di non proseguire con le terapie necessarie per la buona riuscita del concepimento. Come diceva qualcuno: fatta la Legge fatto l'inganno. Altra cosa su cui meditare: non esistono associazioni, nemmeno di categoria, che si battano al fine di dare alle coppie la libera disponibilità degli embrioni. Dobbiamo essere davvero delle pessime donne se non meritiamo nemmeno nessuno pronto a battersi per le nostre cause davanti all'opinione pubblica? Riflettete gente!
Di per sè scegliere di fare la fecondazione assistita ti fa sentire irrazionalmente una donna a metà. Sia come madre che come moglie. La mia fortuna è stata avere al mio fianco un uomo che si è rivelato una roccia, e non perchè lui ne fosse distaccato, ma perchè ha saputo realmente sostenere la metà del mio peso. Prima ancora di essere madre ti trovi a ragionare per tre. E' il tuo corpo ma ciò che fai è strettamente legato all'uomo con cui condividi il percorso e poi c'è lui. Lui: qualcosa che non riesci a spiegare, a concepire ma di cui percepisci la presenza. Sai che quando entri in quell'ambulatorio sei solo tu, ma sai anche che quando esci siete noi. Ho sempre desiderato fare la madre e più che due figli ho sempre detto che volevo due volte la pancia. Eppure il primo pensiero dopo il transfer, in quei dieci minuti dove vieni lasciata sola a gambe all'aria in un ambulatorio asettico, sono stati: "ok adesso mi alzo, non lo posso fare, non sono pronta, non sarò mai una brava madre". Nessuno ti insegna ad essere madre, nessuno ti dice per certo se le tue scelte sono giuste o sbagliate, nessuno è mai pronto. Sta di fatto comunque che per quanto tutte le mie scelte fossero razionali in quei dieci minuti ho messo in discussione la mia esistenza come non avevo mai fatto in tutta la mia vita. Mi sono sentita una fallita di 32 anni, senza lavoro, senza obiettivi concretamente realizzabili, sempre alla ricerca del medico migliore per la patologia dell'anno. Ma certe cose non puoi condividerle con la tua famiglia e non puoi neanche farti prendere dallo sconforto, non sei sola, così nel bagno dello spogliatoio scrivi ad un'amica che ti dice la cosa più stupida del mondo "tranquilla andrà tutto bene" e capisci che ha ragione, che devi solo respirare. Capisci che i tuoi 32 anni non sono stati sprecati per un'idea ma per qualcosa che è li, ora, adesso, con te. Torni a casa e inizi a vivere al tua routine da gestante: niente sale, niente verdura fresca, solo frutta sbucciata, niente cibi crudi e niente alcol. E dopo qualche sera ti trovi sul divano con la mano sul ventre come se fosse la cosa più naturale del mondo e parli con quel "puntino" infinito che racchiudi dentro di te. Sono tredici giorni lunghi quelli dopo il transfer. Tredici giorni di gioie e di possibilità, di sogni e progetti, di attenzioni e volontà. Poi arriva il giorno del prelievo per avere conferma che tutto proceda. Non ti fai illusioni, ti hanno e ti sei preparata a qualsiasi esito, come se fossi una madre in prova e quello fosse il giorno in cui puntino decide se essere o meno il tuo bambino. Devo ammettere che la notizia è stata un bello schiaffo ma decisamente inferiore a quello che mi immaginavo. Semplicemente non era il mio bambino. Smetti di prendere gli ormoni al fine di riavere il ciclo per procedere al nuovo transfer e ti sembra che nulla sia successo, che nulla sia cambiato. Poi un giorno lo vedi. So che è un'immagine macabra da raccontare ma non è vero che non te ne accorgi quando lo espelli. Non è più di un grumo ma capisci che è lui. E' stato un vero e proprio trauma. Dovevo gettarlo? Seppellirlo? Era stata vita? O era solo un ammasso di cellule? Lo shock si è prolungato talmente per giorni che il secondo transfer è stato assolutamente privo di ogni emozione. Ho fatto la visita, l'innesto, ho seguito le cure e le limitazioni e ho fatto il prelievo. Due settimane in cui non ho mai pensato che ci fosse qualcosa dentro di me. La mente è una macchina perfetta, sa quali cose possiamo sopportare e quali sono quelle da cui ci deve proteggere. Il terzo transfer è stata la mia ultima possibilità. L'ho vissuta serenamente, ero già ampiamente pronta alla delusione ma non ho mai perso la speranza. Tuttavia le cose non sono andate come avevamo sperato o pregato. Il vuoto è immenso ma non incolmabile. Si tratta di riscrivere la tua vita giorno per giorno, di affrontare il dolore a piccole dosi giorno per giorno. Non sono, e purtroppo non sarò, ne la prima ne l'ultima donna a non poter avere figli ma non permetterò che ciò mi crei invidia verso altre madri o apatia verso i bambini. Sarò Madre in un'altro modo. Infondo una madre cosa fa? Sostiene e da amore incondizionato. Chi dice che queste cose le meritano solo i figli? Inoltre fare questo percorso mi ha dato nuovi spunti su come reinventare la mia vita. Infatti la fecondazione assistita è densa di lacune e contraddizioni legislative e sarebbe bello lottare attivamente per poterle cambiare e colmare. Tanto per iniziare la fecondazione assistita è accessibile solo da coppie etero sposate o di fatto ed è mutuabile solo in alcune regioni con il vincolo del trasferimento di solo 3 embrioni. Per la fecondazione eterologa (con il ricevimento da parte di un terzo di ovuli o spermatozoi), invece, la prestazione è mutuabile in tutt'Italia. Pertanto mi viene da pensare che noi povere coppie, spesso malate (ricordiamoci che non sempre come si pensa è un fattore legato alla scelta di fare figli in età avanzata, siamo più persone malate di quanto si immagini), che abbiamo la possibilità di generare figli geneticamente nostri, restiamo in un limbo un po' discriminato. Altro argomento che trovo davvero ridicolo nella legislatura Italiana, e punto su cui intendo concentrare le mie future energie, è che la coppia non possa disporre liberamente dei propri embrioni. Che siano sani o malati, che si decida di non tentare più oppure che si hanno figli a sufficienza, gli embrioni che restano inutilizzati hanno solo due alternative: essere conservati a pagamento in strutture private (costo circa € 50.00 mensili + iva) oppure essere "abbandonati" mediante rinuncia di ogni diritto sugli embrioni (decreto del Ministero della salute del 4 agosto 2004). E' facile capire che siamo prima o poi tutti obbligati ( e sottolineo obbligati) a firmare la dichiarazione di abbandono. Perchè? Tanto per cominciare ci viene fatto credere che gli embrioni andranno nella Biobanca creata apposta a Milano dove risiederanno inutilizzati in eterno, o quanto meno fino a quando non ci saranno nuove disposizioni governative. Fesseria. Forse gli embrioni di Milano, magari anche quelli Lombardi, ma di certo non quelli dell'Emilia Romagna (per esempio). Il problema è che non si è ancora trovato il modo di trasportarli in condizione da non rovinare la conservazione dell'embrione pertanto i singoli centri conservano autonomamente gli embrioni abbandonati. Detto ciò so che possono generarsi questioni morali su cosa sia la vita ma credo anche che siano opinioni personali e che ogni persona, soprattutto in uno stato laico, debba poter decidere autonomamente. Personalmente noi abbiamo dovuto abbandonare tre embrioni non sani (per non sani non si intende con patologie tipo sindrome di down o altro ma cromosomicamente incompleti o danneggiati, embrioni da cui non sarebbe mai partita una gravidanza e scartati per evitare alle madri il trauma di aborti spontanei). Se avessimo potuto avremmo sicuramente donato gli embrioni alla scienza. Chissà quali cure si sarebbero potute trovare o quali progressi avrebbe potuto fare la medicina. La cosa che mi fa pensare invece è la circostanza in cui avrei potuto avere sei embrioni sani. Di certo non avrei potuto avere sei figli, forse tre, ma non sei. Per cui mi sarei trovata ad abbandonare tre embrioni sani. Tre possibili figli miei. Probabilmente, siccome credo fortemente nella ricerca scientifica, avrei voluto donare comunque gli embrioni alla ricerca. La cosa che proprio non riesco invece a mandare giù è la possibilità che una volta abbandonati, una volta che ho rinunciato ad ogni diritto su qualcosa che porta il nostro DNA, possa essere approvata una Legge, come in Spagna, sull'adottabilità degli embrioni. Trovo la cosa assurda! Io non ho abbandonato o fatto orfano un figlio e di sicuro non ho scelto di dare in adozione il mio bambino. Mi sono trovata obbligata a rinunciare ad un diritto e già questo suona altamente incostituzionale. Se l'osservazione che viene posta è puoi sempre scegliere di pagare il "deposito" (come fosse un bagaglio, perchè a seconda di ciò che fa comodo alla legislatura si parla dell'embrione come fosse o non fosse vita) rispondo subito che non è sempre possibile per tutti permettersi un onere così alto e poi per quanto tempo? Io ho 32 anni e il costo sarebbe di € 600,00 + iva all'anno, ipotizziamo che campo altri 40 anni sono € 24.000,00. Inoltre vivo in Emilia Romagna per cui la prestazione non è mutuabile e il costo in un centro privato si aggira tra gli 8.000,00/11.000,00 € a salire a seconda dei transfer che si effettuano (€ 600,00 per ogni scongelamento embrionale). Detto come va detto, molte coppie fanno fatica o addirittura chiedono finanziamenti per poter accedere ad un servizio che dia loro una possibilità come genitori, pertanto difficilmente possono permettersi di pagare un deposito a lungo termine. Ma il paradosso più grande è il confronto che si ha tra un embrione e un feto. Un embrione viene considerato vita (e pertanto non può ne essere donato alla scienza ne distrutto) un feto viene considerato ugualmente vita ma si lascia libertà alle donne se interrompere o meno la gravidanza. Perchè? Non ci sono risposte razionali a questa domanda ma solo morali e in uno stato laico e, teoricamente, democratico ciò non dovrebbe accadere. Qual'è la differenza tra una donna come me ed una donna che scegli di abortire? Forse che io ho scelto di provare ad essere madre invece a lei è capitato per sbaglio? Che io posso "permettermi" di spendere soldi per tentare di avere un figlio mentre lei magari non ha i soldi per mantenerlo? Oppure visto che io ho scelto di andare contro una natura/malattia che non mi permette già di generare figli non posso poi decidere di abortire il mio embrione? Siamo donne peggiori? Perchè non possiamo liberamente scegliere come qualsiasi altra donna? Che sia chiaro non sono contraria all'adottabilità degli embrioni ma solo se si da la possibilità alle donne, o alle coppie, di decidere liberamente sul futuro dei propri embrioni. Personalmente se mi fossi trovata a dover affrontare questa scelta su degli embrioni sani, in questo momento legislativo, credo che avrei scelto di procedere allo scongelamento di tutti gli embrioni residui per un unico transfer e poi, una volta a casa, di non proseguire con le terapie necessarie per la buona riuscita del concepimento. Come diceva qualcuno: fatta la Legge fatto l'inganno. Altra cosa su cui meditare: non esistono associazioni, nemmeno di categoria, che si battano al fine di dare alle coppie la libera disponibilità degli embrioni. Dobbiamo essere davvero delle pessime donne se non meritiamo nemmeno nessuno pronto a battersi per le nostre cause davanti all'opinione pubblica? Riflettete gente!
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